L'estate del 1938 aveva segnato una svolta nelle aspirazioni
artistiche di Catia.
Nelle sue lunghe passeggiate,
con il fazzoletto in testa per proteggersi dal vento di marina, puntava verso
le distese di sabbia e erba per cercare i palchetti traballanti su cui si
esibivano le cantanti in decolletè e i
tenori in disarmo. Non sapeva bene cosa cercare, ma anche senza volerlo i suoi
occhi indugiavano sui volti degli astanti, scrutavano le persone a passeggio,
si allungavano fin dentro i caffè, in
cerca di una cosa che lei stessa non
era in grado di ben definire, di spiegarsi, con quel tono suadente che usava
quando – ed era un’abitudine consolidata – parlava alla Catia interiore.
La Catia interiore era
superba nel fornire alibi a tutte le reticenze, omissioni, chiusure, ma non
dava delucidazioni sul suo vivere senza meta, senza tappe esistenziali che le
consentissero di tirare il fiato come un uccello migratore che si posa sul filo
del telegrafo.
Si lasciava alle spalle l'acqua sporca dei piatti e filava via sui
suoi polpacci robusti, desiderosa degli spazi che si aprivano davanti al mare,
svicolando dai conoscenti, ignorando le occhiate dei seduttori balneari,
riposando le gambe soltanto seduta davanti alla guitteria ambulante.
Sedeva rigida, convinta che
la posizione della spettatrice non le si confacesse più di tanto, ma sentendosi ormai stanca di quel mettersi in mostra
nel cortiletto della casa a due piani che continuava a dividere con i genitori,
in cui la tensione alla rivalità la costringeva a osare, a
dire la sua in ogni occasione, a guardare sfacciatamente gli uomini negli occhi
per sfidarli a corteggiarla. Si riteneva algida, la Catia, e anche un tantino
superiore, ma a volte cascava a gambe all'aria anche lei.
Fortunatamente nessuno dei
suoi conoscenti la vide rincorrere il mezzo tenore Giusto Malvezzi alla fine
dello spettacolo La storia di Melusina,
né la videro tagliare la via
del camerino – approntato in fretta e furia
con lenzuola usate - al fine dicitore Rolando Micheli, perché altrimenti la sua fama di donna svagata e
tutta d'un pezzo sarebbe finita. Se
con il Malvezzi non ebbe fortuna - il cantante la liquidò con uno sgarbato spintone - con il
Micheli, originario di Pennabilli, seppe trovare una chiave a mezzo tra l'adulazione e la provocazione che ottenne un
discreto risultato. Si rividero dopo due settimane.
L'estate era al culmine, e il campo in cui si incontrarono secco e
torrido. Camminarono lentamente fino ai cespugli più vicini, dove, al primo spiazzo ombroso, il Micheli si lasciò andare pesantemente nell'erba scricchiolante. Catia fece una
risatina poi lo imitò, cercando di trattenere l'orlo della gonna che tendeva a risalire
pericolosamente la coscia.
Così, a tu per tu, Rolando Micheli rivelò a Catia una collezione esasperante di difetti. La pelle bianca
da animale notturno, le braccia sottili di chi in vita sua ha sollevato al
massimo un leggìo, il sudore che gli
luccicava sulle tempie, perfino l'unghia
lunga e sudicia del mignolo della mano destra, tutto gli suscitava un certo
ribrezzo nonché una sensazione di ilarità. Non era così seducente, dopotutto, e
questo pensiero la confortava e la rendeva allegra.
“Questo è il posto dove vieni di solito?” le chiese l'attore, lasciando aleggiare
almeno un paio di sottintesi.
“ No, no, esco poco di casa, io. – poi, dopo una pausa – Leggo, dipingo, sto su tutta la notte a ripassarmi
i figurini di moda di Brava.”
“Aha! - Micheli si finse impressionato – E questa pelle liscia come te la procuri?” e infilò una mano sottile e umida sotto la sottana marrone di Catia, che
sobbalzò e la fermò prima che colonizzasse le cosce.
“Ma cosa dici, dài, leva la mani di lì.
Magari un'altra volta…” Ma il Micheli procedeva inarrestabile
nella sua marcia di conquista, fino a che la gonna, oramai orrendamente
spiegazzata, giacque sull'erba accanto a loro.
Catia sentiva il rifiuto
montare. “No, povero stupido, no, no, no.” pensava, e fu sul punto di
rinunciare a proseguire nel suo piano.
Il piano di Catia era
composto da pochi, semplici passaggi: sedurre, farsi invitare allo spettacolo
come ospite, entrare nella cerchia di amicizie degli artisti, e poi, un qualche
modo, ricavare una nicchia per esibire le proprie doti. Facile.
Eresse un estremo, ipotetico
baluardo contro l'invasore che le risaliva i
fianchi, fino a poggiarle vittoriosamente e saldamente i palmi sui capezzoli, i
quali, tra l'altro, non erano insensibili.
“Rolando, tu non mi conosci, non sai niente
di me…”
Micheli rise, in maniera
accattivante, da uno che sa il fatto suo: ”Avremo tempo di conoscerci meglio” le soffiò vicino all'orecchio.
Mentre guardava una formica
avventurarsi sulla coppa del reggiseno finito accanto alla gonna, Catia decise
che era giunta l'ora del cinismo: “Attento, si è impigliato l'orologio nelle mutande…Rolando, sì, è bellissimo…sì, sì, Rolando, Rolando…”
“Sì, così, stai ferma. Non avevi mai incontrato un
affare del genere, eh?”
“Mi piacerebbe vederti…sul palco, al lavoro…Chissà come incanti con la tua voce...”
“Sì, sì” sbuffò Micheli.
Per qualche minuto si udirono
solo i fruscii dell’erba, finché, steso nella sterpaglia, madido di sudore,
l'attore flautò: ”Vieni
mercoledì ai Giardini Ferrari, c'è lo spettacolo in onore del gerarca Farini.
Ci vediamo lì.”
Mercoledì mattina ci fu una pioggerellina fastidiosa
che sembrò mandare a monte i programmi,
ma il sole del pomeriggio la convinse a lasciare la cucina con la minestra di
verdure già pronta, prendere il largo
salutando le amiche sulla via Flaminia, e raggiungere i Giardini Ferrari.
Quando arrivò nel luogo in cui era stato allestito il
teatrino, la tenda che fungeva da sipario era chiusa, e diversi capannelli di
persone si voltarono a guardarla mentre, improvvisamente intimidita, si
guardava attorno in cerca degli attori della compagnia.
Oppressa dalle occhiate
curiose di un gruppo di studenti, si decise ad avventurarsi nel retropalco,
dove vide una delle attrici, con un costume indefinibile carico di ritagli di
voile di vari colori, che vagava assorta muovendo appena le labbra. Catia fece
per avvicinarsi, quando, a pochi passi, ecco spuntare Rolando Micheli, con un
cilindro lucido che lo faceva assomigliare a un domatore di circo – ma sicuramente sarà stato qualcos'altro – intento ad accordarsi con un paio di tipi
sui tempi di battuta. Desiderosa di far parte di quel mondo, e certa di averne
in qualche modo acquisito il diritto, Catia gli si avvicinò raggiante, trovandolo ora, così, tra il lusco e il brusco, piuttosto
attraente. Aveva già un saluto sulle labbra,
quando avvertì il gelo: il simildomatore di
circo la soppesò un attimo con lo sguardo
vacuo, poi proseguì ignorandola.
Un inserviente la pregò di spostarsi.
Denaro per acquistare il
biglietto non ne aveva. Si guardò attorno, incerta se cedere e allontanarsi dal retropalco, oppure far finta di
niente nonostante lo scoramento. Attraverso il velo delle lacrime si accorse
che l'attrice in voile multicolore
la osservava con curiosità. Lo scintillìo beffardo degli occhi la faceva
assomigliare a uno strano uccello esotico. Catia si strinse nello scamiciato
blu, che solo ora le si rivelava in tutta la sua spenta inadeguatezza, e guardò da un'altra parte.
“Signorina, non può stare qui.” ripetè il ragazzo.
“Sì, solo che…solo che devo parlare con il signor Micheli.” L'inserviente
la guardò dubbioso, poi alzò le spalle e se ne andò.
“Può dire a
me – l'attrice le si avvicinò con
cortesia – sono la moglie di Rolando
Micheli.”
Una moglie! E per di più una moglie attrice! Questo per Catia fu
troppo, e, sentendo che il suo piccolo sogno era vissuto meno di una lucertola
in mano ai ragazzini, ebbe voglia di piangere e di battere i piedi, ma, prima,
si rivolse alla cocorita con voce bassa e amabile: “Gli dica che ho la sifilide.” E se ne andò.
Così si dimostrò ancora una volta – se ce ne fosse il bisogno! – che non sempre le circostanze che ci
tracciano il futuro sono lineari; e così fu per Catia. Non le rimase che percorrere la piazza Giulio
Cesare a passo svelto e tornare al cortiletto della casa dei genitori, dove l'attendeva la minestra da scaldare.
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